Racconto tratto da "La dolcezza nel sorriso - una ventata ironica sul male di vivere".
Nel lontano 2006, durante un viaggio incredibile in Sud America, arrivai in Guatemala. Un paese meraviglioso, ricco di natura, affascinante ma, soprattutto, capace di farti perdere costantemente. Sia nel senso spirituale che in quello geografico.
Un giorno io e la mia ragazza ci addentrammo in un parco archeologico nazionale. C’era un sole splendido e si stava benissimo. Io non volli indossare le mie solite scarpe da trekking, ma delle semplici ciabatte da passeggiata, molto robuste, aperte, di quelle che lasciano i piedi completamente liberi di respirare. Normalmente usavo calzature protettive e adatte ai miei chilometri di avventura, ma sapevo che quel parco aveva sentieri appositamente battuti e c’erano anche stradine acciottolate percorribili da chiunque. Mi sentivo sicuro di poter camminare in tutta tranquillità, insieme alla mia fidanzata, anche lei amante delle passeggiate, dell’esplorazione e dell’avventura.Fu proprio quella sicurezza che mi tradì quel giorno!
Sentii improvvisamente un piccolo dolore tra le dita dei piedi. Non esagerato, come una puntura di spillo. Fu tutto assai breve. Mi fermai, alzai il piede per controllare e, non vedendo niente, ripresi a camminare. Feci solamente due passi e poi caddi a terra, come se il controllo sul corpo fosse venuto meno. La mia ragazza si prodigò per darmi una mano, spaventata, e io provai a rimettermi in piedi. Altri due passi e poi crollai di nuovo, sentendo su di me tutta la forza di gravità del pianeta.
Ero a terra. Senza la possibilità di rialzarmi. Come se fossi anestetizzato, ma cosciente!
Non so come, riuscii a sorridere alla mia fidanzata e le dissi di cercare aiuto. Pur se molto impaurita, non se lo fece ripetere due volte e iniziò a correre a grandi falcate a ritroso per il sentiero. Pensai che la sua propensione allo sport le stesse tornando utile. Che pensieri strani si fanno in certi momenti… La osservai mentre si allontanava, ascoltando i suoi passi che si spegnevano, lasciando spazio al silenzio della natura.
Provai ancora a muovermi, ma mettersi in piedi fu un’idea che abbandonai subito. Così, mi trascinai verso il tronco di un albero vicino e mi appoggiai di schiena.
L’ambiente attorno a me era cosmico. Potente. Piante secolari mi facevano da padre e un piccolo fiume poco distante sembrò volermi adottare come figlio naturale.
Iniziai a riempirmi di macchie, la faccia mi si gonfiò come un pallone, il naso si bloccò e infine i polmoni iniziarono una morsa dolorosa che rendeva la respirazione sempre più affannosa.
In quel piccolo e grande spazio di circa trenta minuti tutta la vita mi stava scorrendo davanti. Sentivo la musica della mia esistenza. Le note di ogni momento.
Ero pronto. Avevo perso le speranze e quasi sorridevo.
Nel medesimo istante in cui pensai “Ora muoio” vidi la mia ragazza di ritorno. Correva come una pazza verso di me. Ricordo il suo viso affaticato, preoccupato, ma pieno di speranza e di vita. Sembrava un’indomita guerriera.
Dietro di lei c’erano due persone con una barella di emergenza.
Mi caricarono lentamente e con delicatezza, poi iniziarono il cammino di ritorno e mi portarono da un dottore che mi curò con una massiccia dose di adrenalina cortisonica.
Se fossi stato da solo sarei morto sicuramente in mezzo alla natura. Fu grazie alla mia ragazza se mi salvai.
La vita a volte è subdola. Ti prende tutte le energie e a volte ti uccide per un errore. Ma a volte è benevola e, onestamente, vale sempre la pena di viverla fino in fondo. Senza paure e senza rimpianti, con il coraggio delle scelte sbagliate. Guardandosi dentro e aprendosi al mondo intero.
Ho imparato che la felicità viene dalla nostra anima. Amando noi stessi e dando valore a ogni secondo di vita; cancellando gli obblighi, le inutili pressioni di cose che non hanno valore; amando il prossimo come se davvero tutto attorno a noi ci sia un senso profondo.
Beh, quel giorno un senso ce l’ha avuto: tutto quel che avevo intorno mi stava abbracciando, per spiegarmi che quella bontà e quella vita che mi è stata donata bisogna farla davvero propria e distribuirla come un dono.Amare la vita e ritrovare il tempo con se stessi e con gli altri.
(Filippo Celati)
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